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Ascoltare il tempo
Graziano Pompili

Graziano Pompili, scultore di origini istriane, realizza per la prima volta nella città di Carrara una mostra personale dal titolo Ascoltare il tempo a cura di Filippo Rolla presso la Galleria Duomo.


Ascoltare il tempo, infatti, è un’occasione per ammirare l’animo poetico di Graziano, che nei primi anni ’70 si focalizza sulla tematica della maternità rappresentata da sculture in marmo statuario, mentre prende forma, alla fine degli anni ’80 ed inizio ’90, quella del paesaggio, delle ombre ed autoritratti, in marmo di Carrara, nero Belgio e granito svedese.


Il susseguirsi del tempo, fino ad oggi, lo porta alla casa, con marmo greco, rosso persiano, granito brasiliano, dove poeticamente abita l’uomo ed alla madre terra, luogo in apparenza desolato, come se fosse un grembo materno che racchiude in sé la potenzialità di esserci. Di un esserci come un’esistenza di tempo ascoltato, sentito ed vissuto che percorre il suo sentiero scolpito.


Un arco di tempo significativo ed essenziale per capire lo stile di Graziano Pompili e la sua poetica, ed oggi è possibile vedere e toccare le sculture che negli anni hanno visto luce e sono diventate esistenze autentiche appartenenti a luoghi diversi.


Per Pompili, oggi, scolpire si è tradotto in una modalità di ascoltare il tempo ed in una capacità di comprensione che gli permettono di avvertire la sua intima natura coinvolta fra la sua attività artistica e gli eventi che vive.


Così ascoltare è sinonimo di scolpire ciò che la voce interiore dice o suggerisce ed il sapersi ascoltare, con attenzione e cura senza che la mente menta a se stessa, gli consente di liberarsi dalle inquietudini e di pervenire alla quella serenità che dà forma alla materia, a quella serenità dello scultore che gestisce il tempo, ascoltandolo.


E mentre lo scolpire di Graziano è nel tempo, lo scorrere del tempo risiede nella sua mente che, ac-compagnata dalla coscienza, riconosce questo flusso come memoria del passato, come attenzione al presente e, in fine, come attesa del futuro.


Plutarco di Cheronea scrisse che la Natura ha dato a ciascuno di noi due orecchie e una lingua sola, e questo perché siamo tenuti ad ascoltare più che a parlare, considerando che saper ascoltare bene è il punto di partenza per vivere secondo il bene.


Così con molto interesse ho iniziato questo viaggio-curatoriale negli spazi di tempo scultoreo di Graziano Pompili e, come spesso capita, si inizia dall’ascolto attivo per comprendere meglio.


Con molta curiosità ed attenzione ho ascoltato le parole di Graziano che descrivevano la sua avventura alla scoperta del marmo: nel 1969 mentre frequentavo il IV anno all'Accademia di Belle Arti a Bologna, seguivo un corso di "scultura in marmo", tenuto dal prof. De Gasperi di Trento. Si lavorava solo a scalpello, a mano e raspe. Affascinato comunque dal materiale, chiesi informazioni ed il professore stesso mi parlò di Laboratori a Carrara che potevan esser visitati e, volendo, ci si poteva anche fermare per scolpire.


Fu così che in un bel giorno di primavera feci il mio primo viaggio, in quella città con un amico, e ci recammo direttamente allo studio Nicoli. Fu lì che conobbi un aitante, giovane e vivace Carlo Nicoli


che ci accolse e ci fece vedere lo studio e mostra ed io ne rimasi affascinato, affascinato a tal punto che trascorsi l’estate a Carrara.


Trascorsi anche gli anni successivi, fino al 1974 circa, a Carrara e nel laboratorio di scultura Nicoli, e qui mentre lavoravo ed apprendevo le tecniche scultoree, vivevo quotidianamente vicino ad artisti come Cardenas, Signori, Ipousteguy. Poi conobbi, sempre nel solito Laboratorio anche Viani e Vangi.


Nel '76 cominciai a frequentare il Laboratorio di Scultura di Corsanini, sull’Aurelia, dove ricordo d'aver incontrato un artista tedesco che mi introdusse nell’ambiente artistico in Germania mediante una galleria a ZweiBruken nella quale feci la mia prima mostra personale di scultura all'estero.


A distanza di due anni, nel ’78, mi venne la "crisi del marmo" e smisi di frequentare studi, laboratori e la stessa Carrara. Fu proprio un momento di crisi legato al marmo ed al mondo che vi girava intorno.


Dovettero trascorrere quasi dieci anni, prima di accarezzare con mani il marmo, quando un giorno di Settembre dell’88 fui invitato ad un Simposio di Scultura a Fanano, in provincia di Modena. E proprio lì conobbi e feci amicizia con lo scultore Teddy Cassamayor. Fu lo stesso Teddy ad invitarmi a Carrara, nella stessa Carrara, città del marmo che avevo ben conosciuto anni addietro nei sui vari angoli ed orizzonti, presso il laboratorio di scultura S.G.F. di Torano, dove lui lavorava.


Qui ripresi a lavorare il marmo e non ne volevo sapere dei virtuosismi oppure delle trasposizioni "organiche", quindi cominciai ad andare nelle cave, o meglio nei ravaneti, accompagnato dall'allibito ma condiscendente Santini, che mi assecondava e mi aiutava a riempire lo studio di scarti di montagna.


Ecco, direi che questa è un po' la sintesi della mia relazione che ho avuto con la scultura in marmo in tutti questi lunghi e veloci anni trascorsi a Carrara e che tutt’ora continuo a trascorre, quando sono qui, nel mio atelier presso il laboratorio di scultura e design S.G.F. a Torano e nella casa di Castelpoggio, paese a monte.


Un viaggio nel tempo che mi riportato nei primi anni ’70 quando Pompili si concentrava sulla tematica della maternità, sculture in marmo statuario di piccole e medie dimensioni.


Così l’incontro che può risultar padre di tutti noi e di tutte le cose, diventa occasione di conoscenza e riconoscenza. Mentre il calore e la dolcezza di una maternità, come concetto materno, è una premessa per comprendere che amore è desiderio di procreare o, meglio, di partorire. E come scriveva Platone è quella cosa che di immortale vi è nel mortale. Anche la scultura dal seme, in questo senso, rimanda al concepimento, un partorire nel bello secondo il corpo e l’anima per gli uomini e non solo. Oppure un fiore assopito, nella purezza dello statuario, rimanda all’idea di un utero interiore che racchiude in sé e protegge un terreno fertile su cui far sbocciar la vita.


Passato il periodo di crisi del marmo alla fine degli anni ’80 Pompili inizia nuovamente a scolpire con una differente ricerca. Adesso la riflessione è volta alla natura del paesaggio urbano e alla condizione umana che vi abita con le sue luci ed ombre. E nell'abitare questi luoghi c'è anche il senso del coltivare e dell’aver cura di ciò che cresce da solo.


Anche un paesaggio immoto rimanda all’esistenza umana, quella semplice presenza di ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera simile ad un terrae motus, un terremoto, che lacera e porta con sé ferite. Ed è qui che entra in gioco l’artista con la sua energia, la sua forza creatrice che cerca di porre rimedio a questa condizione.


E proprio nell’autoritratto con ombra si riconosce l’artista quando parla a se stesso e al mondo intero attraverso il simbolo della propria ombra, un ombra raffigurata dallo scorrere del tempo, una sorta di teatro della coscienza che chiunque può vedere ed ascoltare.


Ma non solo questo teatro può diventare uno spazio dell’abitare dell’uomo e come diceva Heidegger un abitare, un esser sulla terra, come mortale sotto il cielo e di fronte ai divini. Questo abitare si configura meglio come una dimensione in cui l’uomo si trova ed esiste in relazione allo spazio dove risulta esserci quel riconoscimento delle persone e quella familiarità delle cose che permettono a ciascuno di noi di sentirsi a casa e radicato nel proprio mondo.


Così pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo su questa terra, omaggio al poeta Holderlin e al filosofo Heidegger, sancisce quell’essenza dell’abitare, come tratto fondamentale dell’uomo ed il senso del nostro esistere all’interno del mondo, dove il nostro fare costruisce il suo luogo. Un luogo, ort, che prende forma dallo spazio nel quale l’uomo può insediarsi ed abitare. E qui ci si arriva attraversando il sentiero, der feldweg, interiore e quello corrispondente nel mondo che ascoltato, in maniera autentica, ci permette di esser vicini alle cose prossime, ai nostri limiti e possibilità in vista di un loro avverarsi. E così è un’occasione e può esser un’opportunità ascoltare il tempo.


Filippo Rolla


Foto di Cesare Dughetti

 

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